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ATLETICA: L’IMPORTANZA DELL’ALLENAMENTO MENTALE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Dopo il buon senso, le nuove norme igienico sanitarie e le restrizioni progressive arriva il “lock down” totale del mondo sportivo. Il Coronavirus blocca anche l’atletica mondiale ed è proprio in questo momento che il ruolo dell’allenamento mentale diventa centrale.

Lo sport si è fermato proprio sul più bello, quando i rispettivi Campionati Nazionali di ogni sport stavano entrando nel vivo e i top olimpici affinavano la loro preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Proprio lo stravolgimento totale dei ritmi di vita agonistica, dei programmi e dei mezzi di allenamento, mette il focus sulle conseguenze psicologiche e umane, oltre che fisiche, dell’emergenza Covid-19.

Il G.S. Fiamme Oro Atletica da sempre sottolinea la centralità della connessione tra mente e corpo.

Per questo abbiamo chiesto alla dottoressa Silvia Rizzi, la Psicologa Ufficiale del nostro Gruppo Sportivo, di rispondere a qualche domanda sulle conseguenze psicofisiche che questi cambiamenti possono avere sugli atleti.

Silvia, la modifica e l’interruzione degli allenamenti ha anzitutto delle conseguenze fisiche. Ci riassumi brevemente che cosa succede al corpo di un atleta?

Anche se le mie competenze riguardano l’ambito della mente e delle sue reazioni alle varie circostanze, mi ha sempre affascinato la correlazione mente e corpo. Occupandomi della preparazione mentale degli atleti, nel tempo mi sono documentata anche sulle dinamiche fisiologiche e rispondo a questa domanda riassumendo così.

Dopo una settimana di STOP, l’atleta inizia a percepire le prime sensazioni di lentezza, appesantimento e riduzione della reattività fisica. Questo capita perché le fibre muscolari cominciano a diminuire di volume e il corpo tende a trattenere liquidi. L’ossigenazione del sangue verso i muscoli e la capacità cardiaca cominciano a modificarsi.

Dopo due settimane di interruzione dell’allenamento intervengono cambiamenti maggiori a livello muscolare. I muscoli perdono tono e forza.

Progressivamente il livello di cardio e di resistenza vengono vanificati. Aumenta la massa grassa e diminuisce la massa magra.

Senza allenamento, o con una notevole riduzione, anche lo stress aumenta: l’attività fisica non supporta più il ritmo circadiano e così può diventare difficile dormire bene la notte.

Non mi dilungo su questi aspetti, ma per chi si sta chiedendo quanto tempo serve per recuperare una settimana d’interruzione di attività fisica regolare, la risposta è tre settimane, un costo da tenere ben a mente quando parliamo di atleti professionisti di calibro Nazionale, Europeo e Mondiale.

Puoi spiegarci meglio quali potrebbero essere le conseguenze di questo periodo per la mente di un atleta?

Una delle sensazioni più frequenti che ho riscontrato in queste settimane negli atleti è la confusione.

Tutti viviamo la sensazione di estraniazione dovuta alle misure restrittive, alle distanze di sicurezza necessarie, all’utilizzo frequente di gel igienizzanti e mascherine, all’assordante silenzio nell’aria.

Ma per gli atleti questa sensazione è stata amplificata dalla mancanza di informazioni chiare, affidabili e coerenti in merito alle condizioni di allenamento e ai calendari gara. In un susseguirsi vorticoso di aggiornamenti, si è parlato di allenamenti a porte chiuse, di autorizzazioni concesse ad atleti professionisti, di “Olimpiadi SI”. Per poi ribaltare tutto e arrivare al “lock down” totale.
Questa situazione di precarietà, la mancanza di un obiettivo agonistico preciso, il calendario tutto da ridefinire senza sapere su quali obiettivi puntare, determina innegabilmente un vissuto di confusione.

Un’altra delle conseguenze che gli atleti vivono è il disordine.

Un agonista ha necessità di percepire ed esercitare un senso di controllo sulla pianificazione dei propri obiettivi. E’così che alimenta la sensazione di efficacia che è alla base della resilienza, che come sappiamo è una soft skill essenziale in ambito agonistico e non solo.
I cambiamenti di questo periodo impongono agli atleti di trovare un nuovo ordine nel disordine organizzativo e un nuovo agio nel disagio. E’ necessario allenare la flessibilità, e, per farlo, è prioritario allargare la propria zona di comfort.

Un’altra pesante dimensione che gli atleti vivono è l’isolamento sociale.

L’atleta è sempre parte di un team di lavoro composto da varie figure professionali che contribuiscono alla preparazione fisica, tecnica, tattica e mentale. Allenatori, preparatori atletici, dirigenti del Gruppo Sportivo, mental coach, fisioterapisti, nutrizionisti che si occupano a 360° degli obiettivi da raggiungere.
Pensiamo bene: l’atleta è da solo nel tagliare il traguardo. I meriti vanno a lui, alla sua determinazione e ai suoi talenti allenati con metodo e sacrificio, ma non è quasi mai fisicamente e mentalmente solo nei vari momenti della giornata.
L’emergenza Covid-19 ha imposto una modifica anche di questa dimensione ed è stato necessario sostituire al contatto reale, il contatto virtuale.
Questo impone all’atleta di fare i conti con la solitudine, la mancanza di feedback immediati e il maggior tempo per guardarsi dentro. Decisamente un’opportunità per chi è abituato, una sfida per chi maneggia con difficoltà le emozioni che affiorano.

Un’ultima emozione scomoda che gli atleti possono trovare a sperimentare è l’impotenza.

Il periodo di quarantena trasmette a tutti noi la sensazione di non avere il controllo della situazione e di conseguenza l’impotenza rispetto al nostro futuro.
Per un atleta è essenziale mantenere acceso il focus sul futuro e ridefinire la dimensione della progettualità con obiettivi e priorità di tipo differente a ciò che si sarebbe stabilito in normali condizioni di vita.

Come l’allenamento mentale è di aiuto in questo momento ad un atleta?

Questo periodo, inutile negarlo, ci sta cambiando. Per alcuni di noi nulla tornerà come prima. Ci stiamo adattando ad utilizzare in modo differente gli ambienti di vita, stiamo creando nuove abitudini e comportamenti. La nostra mente continua a muoversi, a prendere decisioni, a evolvere anche se il tempo attorno a noi sembra sospeso.

Nello specifico, gli atleti e i loro allenatori stanno creando ex novo materiali, mezzi, programmi e ambienti di allenamento nel rispetto delle normative. Banale solo ipotizzare che le condizioni che prima potevano garantire determinati standard, siano anche in futuro le medesime.
Ecco che entra in gioco la componente mentale. Perché è necessario che atleti e allenatori facciano emergere le proprie soft skill. Ora. Non domani.

Ritengo che la ripresa dopo questa pandemia sarà essenzialmente un fatto mentale, oltre che sanitario ed economico, perché ricordiamoci che sono le persone a fare la differenza.

Come? In momenti così drammatici non ci sono mezze misure: o si cresce o ci si ferma definitivamente.
Si tratta di decidere se adagiarsi nell’area del lamento, della procrastinazione, della rabbia, del rimpianto. Oppure si tratta di scegliere con quale atteggiamento affrontare questa situazione che non è sotto la propria responsabilità.
In poche parole, è necessario allenare la mente e non il lamento.

Cosa intendi nello specifico quando parli di allenamento mentale? In che cosa consiste?

La nostra mente, i comportamenti e i pensieri, proprio come i nostri muscoli, si possono allenare. L’allenamento mentale ha come obiettivo quello di individuare le strategie e gli atteggiamenti utili a tirare fuori il meglio di un atleta in ogni momento. Si dice che quando il mare è calmo anche uno sprovveduto è abile marinaio.

Certamente nessuno di noi poteva immaginare lo scenario conseguente a questa pandemia, né esistono in letteratura recente studi che possano illuminarci.

Di certo ci sono degli atteggiamenti utili da adottare e altri che non lo sono. Le tecniche e le strategie specifiche di allenamento mentale vanno concordate in un lavoro di collaborazione individuale tra lo Psicologo dello Sport e l’atleta.

In generale sottolineo che gli studi ci dicono che noi oggi siamo il risultato degli atteggiamenti che abbiamo allenato, e quindi reso abitudinari, negli ultimi 5 anni. Tra 5 anni saremo il risultato delle abitudini che decidiamo di allenare da oggi.

Pertanto una domanda utile che un atleta si può fare è: “qual è la più piccola cosa che posso fare da ora per andare nella direzione in cui voglio andare?”

Spesso, in normali circostanze, quando un atleta si pone quesiti di questo tipo, il dialogo interno si fa depotenziante. Passano per la mente dubbi e timori sulla realizzabilità dei risultati e sulla qualità della performance. Molto spesso gli scenari che la mente è incline a creare sono di natura catastrofica.

Pertanto l’emergenza attuale espone in particolar modo gli atleti a spegnere l’interruttore del futuro.

E’ proprio in questi momenti che è necessario disattivare il pulsante mentale della preoccupazione e attivare quello dell’occupazione.

 I nostri atleti della Prima Squadra hanno aderito al flashmob #distantimauniti, cosa ne pensi di questa iniziativa? Aiuta a superare l’ansia da Coronavirus?

Gli atleti della Prima Squadra sono proprio quelli che si stavano preparando agli importanti appuntamenti di interesse Nazionale, Europeo e Mondiale. I loro volti e i loro comportamenti devono essere degli esempi di crescita etica per chi segue lo sport e soprattutto per le nuove generazioni.

Questi atleti, oltre ad indossare la maglia azzurra della Nazionale Italiana, vestono la divisa della Polizia di Stato. Pertanto, mettere il proprio volto a disposizione delle Istituzioni per fini che abbiano impatto sulla popolazione, ricorda che lo sport allena a confrontarsi con la paura per dominarla, con la fatica per gestirla, con la difficoltà per batterla.

 

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